Emozioni della battaglia

Mestieri e Alimentazioni ai tempi di Monteaperti



Ogni cittadino trascorse quella notte col pensiero di dormire per l’ultima volta nel proprio letto; forse era un addio al focolare, agli affetti familiari, alla vita. L’atmosfera in quelle ore si fece arcana; tutta una città stava per scrivere la parola fine oppure ascendere alla gloria. La mattina del venerdì 3 settembre , i Ventiquattro inviarono un loro ambasciatore per ogni Terzo a deliberare l’immediata leva generale. Ogni uomo tra i 18 e i 70 anni doveva correre nelle milizie del suo Terzo. E così fu; l’ardore dei giovani e la ferma consapevolezza dei più vecchi si unirono in una risposta entusiastica; meglio morire col ferro in mano che distrutti nelle proprie case da una schiavitù odiosa. I Terzi si dettero appuntamento alla Porta di S. Maurizio, oggi detto Arco di Samoregi, alla fine di Via di Pantaneto.Prima giunse quello di S. Martino col Gonfaloniere Giovanni Guastelloni; poi quello di Città con a capo Jacomo del Tondo; infine arrivò il Terzo di Camollia capitanato da Bartolomeo Rinaldini. S’appressò poi alla porta il Carroccio, solenne e maestoso, allestito al gran completo; e sue due aste, su cui mordevano il vento gli stendardi comunali e la Martinella (la famosa campana) che avrebbe dovuto scandire il ritmo della battaglia, sfidavano il cielo svettando di 15 e 12 metri verso l’azzurro. La loro altezza era tale che la Porta non bastava per farle uscire; fu dunque operato un vero e proprio taglio nella muraglia pur di poterle trasportare indenni. Il Carroccio infatti era considerato un sacro simbolo del libero Comune e non poteva essere in alcun modo alterato. Passato il Carroccio, non era ancora sorto il sole. L’esercito uscì con in testa Giordano d’Anglano ed i suoi bellicosi tedeschi, seguito da Aldobrandino Aldobrandeschi, Capitano Generale delle armi senesi, il quale introduceva le truppe dei tre Terzi. Fino alla strada di Vignano, il popolo rimasto in Siena fece luce aalle milizie con ogni sorta di torcia. Di poi l’esercito s’arrestò ed aspettò l’alba. Venuto in cielo il Sole, si riprese il cammino per il Pian del Bozzone, fino a giungere sul poggio delle Ropole, proprio di fronte al piano in cui era posto l’accampamento fiorentino. A quel punto venne posto in opera uno stratagemma psicologico molto ingegnoso. I senesi fecero infatti sfilare sul poggio il loro esercito; di poi, giunti al coperto, si cambiarono le vesti e per tre volte ritornarono in cima all’altura mostrandosi ai nemici ogni volta con i colori di un Terzo in modo da apparire più numerosi di quanto fossero in realtà. Funzionò e fiorentini ne rimasero impressionati. Ma in effetti i senesi possedevano solo e solamente la forza della disperazione, poiché sulle loro spalle gravava un’incancellabile e netta inferio- rità numerica, assommando a poco più di ventimila uomini. La fanteria contava 18.500 armati; 8.500 per il Terzo di Città, 3.700 per quello di S. Martino e 5.700 per quello di Camollia. Si aggiungevano 600 tedeschi. La cavalleria era in numero irrisorio: 800 tedeschi che si univano a 600 senesi. In tutto la pochezza di 1.400 cavalieri. A ciò si saranno aggiunte poche migliaia di fuoriusciti ghibellini toscani, per un totale complessivo di neppure 22.000 uomini. Di contro i guelfi giungevano abbondantemente al di sopra dei trentamila; possedevano una cavalleria almeno quattro volte più numerosa di quella senese. E si sa quale forza d’urto poteva sviluppare una nutrita cavalleria in quel periodo di pesanti armature e poderose lance. Inoltre i fiorentini godevano pure di una migliore posizione strategica. Il loro esercito infatti si sarebbe potuto facilmente schierare tra il Pian delle Cortine e le ultime pendici di Monselvoli, costringendo i senesi a percorrere lo spazio, non inferiore a circa tre km, che separava quel luogo dal Poggio delle Ropole, e di poi a risalire per impossessarsi della posizione che veniva occupata dal nemico. Innanzitutto stabilirono coi tedeschi che il Conte d’Arras, luogotenente di Giordano d’Anglano, guidasse un gruppo scelto di 200 cavalieri e 200 fanti germanici in una manovra d’accerchiamento. Si deve sapere che, lungo la zona che separa le Ropole da Monselvoli, corre dritta la strada che conduce ad Asciano anche allora esistente. Ma parallelo ad essa, tra la via maestra ed il poggio di Monselvoli, passava un viottolo che aggirava la stessa collina, per poi sbucare alle spalle della posizione dei fiorentini. Quella era la manovra che il conte d’Arras ed i suoi dovevano portare a termine: una manovra che poteva risultare decisiva se portata con impeto e ordine. I fiorentini dovevano sentirsi attanagliare anche alle spalle, meglio se convinti d’esserlo da parte di una fiumana di uomini. Per questo occorrevano i tedeschi, che coi loro urli bestiali e con una propria foga sarebbero sufficientemente serviti allo scopo. Si pensò successivamente pure all’attacco psicologico, scatenando in ogni direzione false fattucchiere, col compito di giungere “innocentemente” nel campo fiorentino ed iniziare a seminar panico, predicendo morte e distruzione ai guelfi. E così fu fatto. I fiorentini, come tutti gli uomini del medioevo, erano assai superstiziosi, e quando si sentirono predire da tali prezzolate chiromanti che sarebbero, ad esempio, morti tra “il bene ed il male”, sapendo di aver posto l’accampamento tra i torrenti Biena e Malena, l’onomatopea dei vocaboli li terrorizzò. Insomma non erano più arroganti come un giorno prima, quando avevano dettato al loro ambasciatore condizioni violente ed inaccettabili per il Governo senese. I comandanti guelfi restavano comunque saldi nel pensare come il vantaggio numerico e la magnificenza delle loro truppe, dovevano forzatamente fare di quell’esercito un insieme imbattibile. Sperando tuttavia nei propri accorgimenti, il Governo senese fece banchettare le sue milizie con una cena veramente pantagruelica. È facile immagi- nare come s’abbuffarono di cibo i gagliardi tedeschi, ubriacandosi con i generosi vini dell’Arbia e del Chianti. Dal canto loro i senesi si rimpinzarono ed in certi casi quasi forzatamente, di ogni sorta di dolcetti piccanti, ricchissimi di spezie e di assenzio, ottime per eccitare la combattività. In sostanza, mentre durante la notte, i preoccupati fiorentini raddoppiavano la guardia, le milizie senesi alla luce di enormi fuochi accesi, cantavano stornelli di guerra e soddisfacevano ogni loro sfizio, aiutati da una schiera di donne che si prestarono, non sappiamo se per mestiere o per dovere di patriottismo, ad acquietare gli sfrenati appetiti sessuali di uomini per la maggior parte ubriachi fradici. I Ventiquattro non avevano tralasciato nulla: le truppe dovevano rendere al cento per cento: ognuno doveva essere in piena forma e con la pancia ben riempita quando la mattina dopo avrebbe visto in faccia la morte. E se possibile doveva riuscire a sputarle addosso e metterla da parte. Ma per far questo occorrevano uomini al pieno della loro vigoria fisica. Ed i senesi nella mattina del sabato 4 settembre 1260 lo erano. Sul far del giorno i due eserciti si schierarono in battaglia. Quello fiorentino si pose sulle alture di Monselvoli, con l’ala destra verso Pian delle Cortine e quella sinistra alle pendici di sud est di detto poggio. Al comando dei fiorentini stava il podestà Iacobino Rangoni di Mantova; all’ala sinistra capitanava lo schieramento il capitano dei lucchesi. Dalla parte opposta i senesi si divisero in tre tronconi; il primo costituito dai 400 uomini del conte d’Arras, tutti tedeschi; il secondo formato dai fuoriusciti ghibellini (nemmeno duemila) e dagli 800 temutissimi cavalieri del conte Giordano; mentre il terzo faceva capo ad Aldobrandino degli Aldobrandeschi con tutto il resto delle forze comunali, costituendo il maggior gruppo. Subito il conte d’Arras portò i suoi tedeschi alle spalle dell’ala destra dei guelfi, pronto a scattare al momento opportuno. Il conte Giordano ed il novanta per cento delle truppe dei Terzieri avrebbero attaccato frontalmente tutto lo schieramento nemico. Gli armati restanti, al comando del siniscalco Niccolò Bigozzi avevano l’obbligo tassativo di non muoversi dal Carroccio, che dovevano proteggere ad ogni costo; se necessario facendosi massacrare. Ben più di 50 mila uomini erano schierati nella piana dell’Arbia, che scorreva proprio in mezzo ai due eserciti; non si vide per tutto il XIII secolo in Italia una battaglia con un così ampio schieramento di forze. In Siena erano rimasti solo i vecchi, le donne ed i bambini, i quali tutti assieme s’erano radunati sotto il palazzo Chigi (oggi Chigi-Saracini, sede dell’Accademia Chigiana) in Via di Città, da dove un tale Cerreto Ceccolini, dalla torre del palazzo, li informava dello svolgersi dello scontro. Doveva essere ben pietoso scorgere quella massa di gente, tremante, che pregava e piangeva per i propri familiari in battaglia, pensando con orrore cosa avrebbero inflitto i fiorentini alla città in caso di vittoria. Una brezza settembrina avvolse i combattenti, per qualche momento immobili sui due poggi. I senesi pensavano che non potevano mollare; la loro città ed i loro beni sarebbero stati sicuramente cancellati dalla faccia della Terra se Firenze avesse sventolato la sua bandiera vittoriosa. Dovevano combattere per tutto ciò che i loro antenati avevano costruito con due secoli di lotte e di sacrifici; dovevano combattere senza pietà per dare un futuro ai loro cari. Fu dato il segnale d’attacco. I senesi scesero rapidamente il Poggio delle Ropole, attraversarono l’Arbia e si trovarono di fronte Monselvoli e mezzo miglio più sotto l’affluente della Malena. I fiorentini che si trovavano giù nel Pian delle Cortine raggiunsero gli altri per aver completo vantaggio di posizione. Il Generale in capo dei senesi poco prima aveva dato un preciso ordine alle sue truppe: occorreva far del nemico «carne fredda». Ciò significava meglio di qualsiasi discorso che non si sarebbero dovuti accettare prigionieri. I fiorentini avevano parlato con ferocia, ed i senesi avrebbero risposto con crudeltà. Giusta, logica reazione ad un nemico bestiale. Il primo ad attaccar battaglia fu uno dei tedeschi, poiché essi lo avevano espressamente richiesto ai senesi come ambito privilegio poco prima di levare l’accampamento. «A me tocca avere l’onore», esclamò Arrigo d’Amstemburg; ma suo nipote Walter s’oppose e chiese di poter egli stesso levare per primo la lancia sul nemico, ed infine la spuntò. Il giovane tedesco si fece il segno della croce , calò la visiera e caricò lancia in resta; pareva un dragone, racconta il cronista. Con la furia della sua razza s’abbatté sul malcapitato Niccolò Ghiandoni capitano dei lucchesi, che comandava l’ala sinistra dello schieramento avversario, e lo scaraventò a terra. Pareva un «lione scatenato», e quelli di Lucca venivano spazzati dalla sua foga. Subito dopo scattò Arrigo e con un colpo tremendo uccise il capo dei pratesi, un certo Zanobi. La sua lancia trafisse il cavallo ed il cavaliere assieme. Fu poi la volta del conte Giordano, il quale incrociò la spada con Donatello Tarlati, comandante degli aretini. Il suo impeto fu tale che il cronista ne rimasse impressionato «Ercole non fe’ mai si grande taglia de’ Troiani come faceva el conte Giordano di quella gente de’ fiorentini». Ed ecco che tutte le milizie senesi si trovarono completamente a contatto coi nemici; la battaglia entrò nel vivo. Ognuno pugnava con valore, e gli episodi singoli non si contavano. L’Aldobrandeschi furoreggiava col suo spadone a due mani e tranciava gli avversari. Ma i fiorentini resistevano; nonostante non si fossero mai aspettati un coraggio simile dai senesi, il loro vantaggio numerico teneva in stallo le sorti dello scontro, che in ogni reparto diventava sempre più accanito. Le ore passavano e non si giungeva a nessun risultato effettivo da ambedue le parti. Solo si aumentava l’accanimento, ed il sangue iniziava a coprire di rosso la terra come pioggia purpurea. Quando s’avvicinò orai il vespro, Niccolò Bigozzi, rimasto a guardia del Carroccio senese disubbidì agli ordini, decidendo di gettarsi nella mischia. Truppe fresche, anche se non eccessiva- mente numerose com’erano le sue, potevano risultare determinanti. E così guidò i suoi al grido «Ah, canaglia, alla morte, alla morte», scomparendo ben presto nella selva di spade e di scudi. Il suo primo avversario fu il conte di Pitigliano, guelfo, cugino dell’Aldobran- deschi generale senese. Niccolò lo fece fuori con un fendente ma l’avversario riuscì ad uccidergli il cavallo. Egli non si scoraggiò, ed anzi cercò un’ennesima cavalcatura; a dispetto della morte si ricacciò dove la mischia era più violenta. Ancora i senesi si trovavano sulle stesse posizioni o quasi nelle quali s’era iniziata la battaglia, ed al tempo stesso i fiorentini non avevano avanzato d’un metro. A quel punto sbucò alle spalle dell’ala sinistra guelfa il conte d’Arras, coi suoi 400 uomini, fino allora nascosti ed immobili. I fiorentini, non certo entusiasmati dal valore e dalla tenacia dei senesi, allorché si videro attaccati alle spalle da quei diavoli tedeschi, sentirono l’angoscia salire in gola; per di più con le loro grida e con il loro impeto, i tedeschi parevano migliaia. Il panico salì copiosamente tra le file guelfe, mentre i senesi accolsero il conte d’Arras con un boato d’entusiasmo. Il loro fendenti triplicarono di potenza. Quell’accanimento fino ad allora dimostrato, divenne da quel momento una forza sovrumana di distruzione. I loro avversari, venuti a Siena convinti di pasteggiare nel Campo senza fatica nel giro di pochi giorni, furono presi da uno scoraggiamento totale. La mossa tattica dell’aggiramento, fu certo la carta vincente della battaglia. E fu allora che il grande macello ebbe inizio. Le spade dei senesi e le truculente armi dei tedeschi tranciavano le carni del nemico, come il coltello taglia il burro. «Poco lo’ valeva a chiamare Santo Zenobi o Santa Lipara che li aitassero; che ne facevano el maggior macello che non fanno e’ beccai delle bestie al venerdì santo di Pasqua». I senesi colpivano come mannaresi, con la pesantezza dei magli. E mentre i fiorentini cadevano con gli arti staccati e la corazza divelta, esplodeva con furore una rabbia secolare. «Ecco come prenderete la città nostra, prendete…», dicevano i senesi mentre la loro lama penetravaa nelle carni sanguinolente dei nemici. E quando ormai senza speranza i guelfi si gettavano ai loro piedi implorando pietà, i senesi ricordarono bene ciò che gli ambasciatori fiorentini due giorni prima avevano tronfiamente esclamato. «Siate certi che non ci faremo vincere da alcun senzo di pietà verso di voi», dissero quel giorno. Ed ora erano tremanti in ginocchio di fronte a coloro che avrebbero voluto sterminare. Pietà non vi fu. Le spade cadevano e tagliavano, ponevano fine a ogni vita si fosse parata loro di fronte. Dovevano i senesi impietosirsi di coloro che avrebbero voluto distruggere la loro città, violentare le loro donne e stringere in abbietta schiavitù Siena intera? No, una voce imperiosa ripeteva dentro il cuore ch’era giunto il momento di far giustizia di secoli d’angherie. «Ecco come raderete al suolo le nostre mura e costruirete il vostro castello di vedetta in Campo regio. Prendete queste, queste, cani traditori che siete». Così esclamavano, mentre mulinavano le proprie armi, tagliando teste, mani e braccia. S’è detto all’inizio come i tedeschi mostrarono grande impeto nell’iniziare la battaglia; e con impeto continuarono. Ma essi mai raggiunsero quella ferocia e quello spirito di vendetta che animò i senesi; essi cacciavano il nemico anche se, gettata la spada, correva via dalla mischia per cercar scampo. Lo rincorrevano e lo macellavano. Molti guelfi che avevano la fortuna di possedere ancora una cavalcatura, riuscirono in qualche modo a raggiungere la strada per Firenze e a salvarsi. Ma altri, in verità molto pochi, si dimostrarono tanto valorosi quanto prima erano stati arroganti, tingendo d’eroico degli episodi epici. Così fecero i fiorentini comandati da Giovanni Tornaquinci, incaricati di sorvegliare il Carroccio. Quando una valanga di senesi si gettò su di essi per strappare loro il solenne simbolo del proprio Comune, fecero quadrato e si fecero tagliare letteralmente a pezzi prima di cedere all’avversario. Solo dopo un’ora di macello i senesi ebbero ragione di quei fiorentini; solo quando l’ultimo di loro spirò, riuscirono ad impossessarsi del Carroccio col giglio. Immediatamente lo stendardo fiorentino fu afferrato e gettato nel fango. L’onore di Firenze non esisteva più; i suoi soldati s’erano per la maggior parte dati alla fuga o fatti massacrare alle spalle mentre fuggivano vigliaccamente. Gli altri guelfi s’erano comportati anche peggio; all’arrivo del conte d’Arras non se l’erano fatto dire due volte. Moli aretini, orvietani e lucchesi voltarono le terga e si rinchiusero, stipati fino all’inverosimile, nel vicino castello di Monteaperti, del resto di piccole dimensioni. Cosicché chi restò fuori venne raggiunto dai senesi e fatto a pezzi. S’era ormai a sera ed i cadaveri mozzati spargevano sangue a fiotti giù dalle alture di Monselvoli. Le orrende mutilazioni gettavano rivoli di liquido rosso che parevano maledizioni divine. Bagnando l’erba, il sangue cadeva fino al corso dell’Arbia, rendendo purpuree le acque di quel fiume reso testimone della più grande strage di tutto un secolo. Dante scrisse che «lo strazio e ‘l grande scempio fece l’Arbia colorata in rosso», e certo non sbagliò. La visione del campo di battaglia all’imbrunire doveva apparire apocalittica; i senesi intenti ad uccidere mentre i nemici fuggivano disperatamente inciampando nei morti che ormai formavano un vero e proprio strato. Rantoli d’agonia si levavano da quell’ammasso di cadaveri, come chiedere l’ultimo sprazzo di cielo. Uomini senza più braccia, sollevavano il capo per cogliere un raggio di sole da portare con sé nell’infinito. Vite che finivano il loro corso, giovani stroncati da una lama furente, nessuna penna di scrittore potrà mai far rivivere quelle scene. Esse restarono con gli uomini che ne uscirono vivi e che portarono nella tomba i loro tremendi richiami. Quando il macello stava diventando indegno, ed i senesi erano ormai stanchi di tagliare carne umana, l’Aldobrandeschi cavalcò verso il conte Giordano dicendogli se non fosse stato più opportuno revocare l’ordine impartito prima della battaglia, ed accettare coloro che si fossero dati prigionieri. Quello spettacolo aveva impietosito anc he il fiero generale delle milizie senesi; fu così deciso di inviare un banditore per il campo di battaglia ad annunciare che chiunque «si volesse arrendere fusse preso per prigione, e chi non s’arrendesse fusse morto senza alcuna misericordia». Ciò fatto ogni armato guelfo si gettò ai piedi dei comandanti senesi pregando di esser fatto prigioniero. Molti si strinsero in gruppi e si legarono addirittura con le proprie mani prima che lo facessero i nemici; tanta era la paura dei soldati del «magnifico comune di Firenze». Quelli chiusi in Monteaperti non se lo fecero dire due volte, ed uscirono immediatamente dal castello arrendendosi con la velocità del lampo. Al tramonto del sole la Balzana sventolava vittoriosa sul Carroccio senese, mentre il giglio era trascinato nella polvere, calpestato ed insozzato Tutte le insegne del nemico furono prese e spezzate. Il Carroccio fiorentino fu portato in Siena come ambitissima preda di guerra. Per Firenze fu un giorno apocalittico; il suo esercito fu quasi annientato. Diciottomila furono i caduti, diecimila i prigionieri; su circa 34.000 uomini, appena 6.000 riuscirono a scampare al più grande disastro della storia militare fiorentina, e forse alla più grande disfatta militare subita da una sola città in tutto il Medioevo. Le perdite senesi vennero rese note in 600 caduti, ma è probabile ch’esse si fossero aggirate attorno al migliaio. Non oltre, poiché l’esercito di Siena poté subire perdite nel proprio schieramento solo fino all’uscita del conte d’Arras; fino a tal momento infatti entrambi i fronti non avranno certo avuto vuoti superiori al migliaio di uomini. Da quell’attimo in poi, al contrario, i guelfi iniziarono ad essere massacrati rinunciando da parte loro anche ad una minima difesa e facendo conseguentemente restare invariato il numero dei caduti senesi. Siena trionfava suprema.